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IL PRETESTO CLIMATICO

Il pretesto climatico 1/3   L’ecologia di guerra (1970-1982)   di Thierry Meyssan Il Presidente Gerald Ford, il Segret...

domenica 16 ottobre 2016

BlackRock





BlackRock
(estratto da articoli vari presi dal web)

A differenza di altre istituzioni finanziarie americane nate sostanzialmente con gli USA , come JP Morgan fondata nel 1799 che nel 1913 fornì i capitali necessari per la creazione della Federal Reserve , Blackrock è una società di investimento giovane. Fondata nel 1988 sull'onda della deregolamentazione economica e finanziaria promosse dal reaganismo e da thatcherismo. Giovane ma che ha avuto, come vedremo, una spinta decisiva alla sua crescita esponenziale dalla presidenza Clinton. Presidenza che ha reso possibile la crescita dei servizi finanziari sia con l'abolizione dei confini in cui le banche potevano operare, non più solo banca d'affari o di investimento, che con l'immissione dei prodotti finanziari a rischio (i derivati) nel trattato del commercio mondiale (WTO).



Le dimensioni di Blackrock, e le implicazioni della sua presenza in Italia, sono passate all'attenzione di Maria Grazia Bruzzone de La Stampa di Torino. In un servizio che cerca di ricostruire non solo lo scenario della famosa lettera al governo italiano della BCE, che nel 2011 finì per imporre il governo Monti e l'accelerazione delle politiche di austerità, ma anche di capire cosa sia Blackrock e quali scenari globali presupponga la sua presenza in Italia. E' possibile il quotidiano della FCA di Marchionne, sponsorizzando interventi del genere, tema una vera e propria operazione di esercizio dell'egemonia del potere di pressione Blackrock in Italia. Ma queste sono solo ipotesi.
Fermiamoci, per adesso, alla realtà. Quella dello sviluppo di una società di investimento moderna, nata con le liberalizzazioni anni '80, che, con la sua esistenza, ci fa capire come funziona la finanza globale e come questa sviluppi (perchè in Italia non c'è solo Blackrock ma da Pimco a Goldman Sachs a JP Morgan che ha riscosso tre anni fa da un derivato quasi l'equivalente dell'IMU dell'epoca, ci sono le acquisizioni cinesi etc.) radici in Italia.

Ricordiamo che Blackrock nel nostro paese possiede quote significative, tra l'altro, di Unicredit, Intesa San Paolo e Telecom Italia. Nell'articolo si sostiene, inoltre, che vista la composizione del capitale di Deutsche Bank l'attacco finanziario all'Italia del 2011 non venisse dalla Germania ma dagli Stati Uniti. Tesi interessante anche se il punto, nelle guerre finanziarie, non è capire la provenienza geografica dell'attacco ma la composizione di capitali e governi che lo originano. E' evidente che la partecipazione strategica di Blackrock in Deutsche Bank fa capire molto dell'asse dei capitali tedesco-americano, si veda Pimco almeno fino ad un anno fa, di come la crisi del 2008 sia arrivata velocemente in Europa. Ma questa è (utile) storia di ieri. Oggi abbiamo una società globale di investimento, tra le tante in Italia, che sulle sorti dei beni pubblici del paese ha evidentemente più voce in capitolo del presidente della repubblica (quello del consiglio, detto "il bomba" già ai tempi dello scoutismo, non lo calcoliamo nemmeno).
redazione, 21 aprile 2015
* * * * *
Ma chi è, cos’è BlackRock, a cui l 'Economist ha dedicato una copertina? Come si colloca nel paesaggio finanziario globale?

IL CONTESTO

E’ quello della finanziarizzazione e globalizzazione dell’economia.

Il valore complessivo delle attività finanziarie internazionali primarie è passato dal 50% al 350% del Pil globale dal 1970 al 2010, raggiungendo i $280mila miliardi – solo il 25% del quale legato agli scambi di merci. Mentre il valore nozionale dei ‘derivati’ negoziati fuori dalle Borse ( Over The Counter) a fine giugno 2013 aveva raggiunto i 693mila miliardi di dollari. Una gran parte sono legati al mercato delle valute. E al Foreign Exchange Market o Forex, si scambiano mediamente 1.900 miliardi di dollari al giorno. Fin qui Limes.La deregolamentazione galoppa, cominciata con Margaret Thatcher e Ronald Reagan, spinta dalle megabanche che inventano nuovi prodotti finanziari e puntano a eliminare ogni barriera così da rafforzare il loro primato e dilatare il loro dominio sul mondo, dove nuovi paesi stanno velocemente emergendo. Nascono e prosperano gli hedge fund, i fondi a rischio speculativi, società di investimento, spesso collegati alle banche, innanzitutto anglosassoni. Nel 1986 la City londinese è del tutto deregolamentata.

Il mercato fx è un mercato monetario interbancario o tra altre controparti, creato nel 1971 quando cominciarono ad apparire tassi di cambio fluttuanti. Il foreign exchange market è enorme se comparato ad altri mercati. Ad esempio, il volume medio giornaliero di scambi che riguardano i buoni del Tesoro USA è di 300 miliardi di dollari e il mercato azionario USA ha un volume medio giornaliero di meno di 10 miliardi di dollari. Dieci anni fa il Wall Street Journal ha stimato che il volume giornaliero degli scambi che avvengono sul forex ecceda i 1.000 miliardi di dollari. Oggi il volume delle transazioni è stimato intorno ai 4.000 miliardi di dollari al giorno.
Prima del 1971 un accordo internazionale denominato Bretton Woods Agreement impediva la speculazione sui mercati valutari. Gli accordi di Bretton Woods erano stati conclusi nel 1944 con il fine di stabilizzare le valute internazionali e prevenire la fuga dei capitali tra le nazioni. Questi accordi fissarono un tasso di cambio tra tutte le valute ed il dollaro e fissarono il tasso di cambio tra il dollaro e l'oro (35 dollari per oncia). Prima di tale accordo il gold exchange standard era in uso fino dal 1876. Il gold standard prevedeva l'uso dell'oro come base di ciascuna valuta e in questo modo impediva a re e governanti di svalutare arbitrariamente il denaro e di innescare l'inflazione.
Il gold exchange standard presentava, comunque, numerosi problemi. Al crescere, un'economia avrebbe importato beni dall'estero fino all'esaurimento delle riserve auree. Il risultato di ciò era una restrizione dell'offerta di moneta nel paese che causava un innalzamento dei tassi di interesse comportante un rallentamento dell'attività economica che avrebbe potuto portare anche alla recessione.
Infine la recessione avrebbe causato una caduta dei prezzi dei beni così in basso che essi sarebbero apparsi convenienti ad altri paesi. Ciò a sua volta portava ad un flusso inverso di oro in entrata nell'economia e il risultante aumento nell'offerta di moneta causava una caduta del tasso d'interesse ed un rafforzamento dell'economia. Tali pattern di boom-recessione erano frequenti nel mondo durante gli anni del gold exchange standard e fino allo scoppio della Prima guerra mondiale che interruppe il libero flusso degli scambi e di conseguenza i movimenti dell'oro.
Dopo la guerra fu adottato il Bretton Woods Agreement, col quale le nazioni partecipanti accettavano di mantenere il valore delle loro valute all'interno di uno stretto margine di cambio con il dollaro. Un tasso era anche fissato per stabilire il rapporto del dollaro rispetto all'oro. Alle nazioni era proibito di svalutare la propria valuta oltre il 10% per migliorare la propria posizione commerciale. In seguito alla Seconda guerra mondiale il commercio internazionale si espanse rapidamente per via delle esigenze di ricostruzione post-bellica e ciò comportava massicci movimenti di capitali. Ciò destabilizzava i tassi di cambio che erano stati fissati per mezzo degli accordi di Bretton Woods.
Tali accordi furono infine abbandonati nel 1971, e in seguito a ciò il dollaro non fu più convertibile in oro. A partire dal 1973, le valute delle nazioni maggiormente industrializzate divennero più liberamente fluttuanti, essendo spinte principalmente dalle forze dell'offerta e della domanda. I prezzi erano formati da volumi, velocità e volatilità crescenti durante gli anni settanta. Ciò portò alla nascita di nuovi strumenti finanziari, alla deregolamentazione del mercato e al libero scambio. Comportò inoltre un aumento del potere degli speculatori.
Negli anni ottanta l'avvento dei computer accelerò i movimenti internazionali di capitali e il mercato divenne più continuo, con scambi che si svolgevano tra il continente asiatico, europeo ed americano, ed i relativi fusi orari. Le grosse istituzioni bancarie crearono sale operative in cui centinaia di milioni di dollari, sterline e yen venivano scambiati nel giro di pochi minuti. Gli odierni broker operano quotidianamente nel forex, avvalendosi di strumenti elettronici, ad esempio a Londra, dove singoli scambi per decine di milioni di dollari vengono attualmente conclusi in pochi secondi. Il mercato è cambiato significativamente essendo la maggior parte delle transazioni finanziarie finalizzate non all'acquisto o alla vendita di beni ma al fine di speculare sul mercato essendo l'intento della gran parte degli operatori di fare soldi con i soldi.
Londra si è affermata come il principale centro finanziario globale ed è il più grosso mercato forex del mondo. Tale affermazione non è dovuta solo al suo posizionamento, che le consente di operare durante l'apertura dei mercati asiatici ed americano, ma anche alla creazione del mercato dell'Eurodollaro. Il mercato dell'Eurodollaro si venne a creare durante gli anni 50 quando i proventi che l'Urss derivava dalla vendita del petrolio, tutti denominati in dollari, venivano depositati al di fuori degli USA per il timore che venissero bloccati dalle autorità statunitensi. Questa pratica fece sì che un grosso quantitativo di dollari statunitensi si trovasse al di fuori del controllo degli Stati Uniti. Queste vaste riserve di liquidità erano molto attraenti per gli investitori di tutto il mondo in quanto erano soggette ad una regolazione molto meno penetrante e offrivano una redditività più elevata.
Al giorno d'oggi Londra continua a crescere in quanto un numero crescente di banche americane ed europee stabiliscono i loro quartieri generali regionali nella City. I volumi scambiati su questi mercati sono enormi e le banche più piccole, gli hedgers commerciali e i piccoli investitori hanno raramente accesso diretto a questo mercato liquido e competitivo, sia perché non soddisfano i requisiti di credito necessari sia perché le dimensioni delle loro transazioni sono troppo limitate. Ad ogni modo oggi i market maker possono scomporre le loro grosse unità inter-bank ed offrire ai piccoli operatori l'opportunità di comprare e vendere un numero qualsiasi di tali unità più piccole (lots).

Due gli atti fondamentali, entrambi sotto la presidenza del Democratico Bill Clinton alla fine degli anni ’90 che portano a compimento la deregolamentazione neoliberista della finanza. Il secondo meno noto del primo.

A. L’abolizione del Glass Steagall Act (La legge bancaria del 1933, nota come Glass-Steagall Act, (dal nome dei suoi promotori, il senatore Carter Glass e il deputato Henry B. Steagall), fu la legge che istituì la Federal Deposit Insurance Corporation (FDIC) negli Stati Uniti d'America e introdusse riforme bancarie, alcune delle quali sono state progettate per controllare la speculazione finanziaria) che dagli anni ’30 separava le banche commerciali dalle banche d’affari, voluto dal presidente F.D.Roosevelt per ridimensionare lo strapotere di Wall Street all’origine della Grande Crisi del 1929.
La sua abolizione “Fu come sostituire i forzieri delle banche con delle roulettes”, ironizza il giornalista investigativo Greg Palast.
B. La cancellazione simultanea da parte del WTO delle norme che in ogni paese potevano ostacolare il trading dei derivati, il nuovo gioco ad alto rischio a cui le megabanche volevano assolutamente giocare, la gallina dalle uova d’oro. L’abolizione di ogni controllo sui derivati che aprì i mercati a quei prodotti contrattati ‘fuori Borsa’, compresi gli asset tossici, la decise per tutti il World Tradig Organization, egemonizzata dagli Usa, che di solito si occupa di scambi di merci, su impulso dell’allora segretario al Tesoro Larry Summers e delle principali megabanche, che vennero persino invitate a fare lobby in vista del voto decisivo (qui Palast con l’appunto dell’assistente di Summers, il futuro segretario al Tesoro Tim Geithner).

BLACKROCK NASCE E CRESCE in questo clima. 
(Torniamo a Limes).

Basata a New York comincia a operare nel 1988, autonoma nel 1992, subito protagonista nella finanza internazionale. Passo dopo passo. Con “una sapiente strategia di dilatazione delle attività che l’ha portata ad acquisire posizioni ovunque le interessasse, comprando piccoli quantitativi di azioni in banche e imprese”. Piccoli ma crescenti. “Entrando nel mercato sia dei venditori di assets sia degli acquirenti di attività, fino a gestire $4100 miliardi – $4652 è l’ultima cifra ufficiale – di azioni, obbligazioni, titoli pubblici, proprietà: pari al Pil di Francia+Spagna”. Più del doppio del Pil italiano.
E ‘fa politica’.

A. Entra nel capitale di due delle maggiori agenzie di rating, Standard & Poors (5,44%) e Moodys (6,6%), ottenendo la possibilità di influire sulla determinazione di titoli sovrani, azioni, e obbligazioni private e di poter incidere su prezzo e valore delle attività che essa stessa acquista o vende.
B. Comincia a operare nell’analisi del rischio, la vendita di ‘soluzioni informatiche’ per la gestione di dati economici e finanziari diventa il comparto n°1 del suo business, elaborando dati che - a differenza di quelli delle agenzie di rating - “incorporano anche pesanti elementi politici”, scrive Limes.
C. Sfrutta la crisi del 2007-8 sia per rafforzarsi sia per accreditarsi presso il potere politico americano. Nel 2009 il Segretario al Tesoro Timoty Geithner prima consulta la Roccia Nera, poi le chiede di valutare e prezzare gli asset tossici di una serie di istituti come Bear Stearns, AIG, Morgan Stanley. Compiti che BlackRock esegue, “agendo alla stregua di una sorta di Iri privato”. Nel 2009 fa anche un colpo grosso, acquistando Barclays Investment Group, col suo carico immenso di partecipazioni azionarie nelle principali multinazionali, vedi oltre.
D. Sviluppa la capacità di informare, formare e se nel caso manipolare i propri clienti, utilizzando tecniche e software non diversi da quelli impiegati da Google (di cui ha il 5,8%) o dalla NSA per sondare gli umori della gente”. Si serve della piattaforma Aladdin, almeno 6000 computer in 12 siti più o meno segreti, 4 dei quali di nuova concezioni, ai quali si rapportano 20.000 investitori sparsi per il mondo.
E. Crea un centro studi d’eccellenza, il BlackRock Investment Institute, che elabora analisi qualitative che tengono in considerazione anche variabili politico-strategiche (esempi). Sempre più “grande fondo di investimento interessato al profitto ma anche alla stabilità, sicurezza e prosperità degli Stati Uniti”, sottolinea Limes. Spende in lobbying $1milione l’anno, aggiungiamo.

Il fondatore e leader Larry Fink “non fa mistero di essere un fervente democratico” e in buoni rapporti col presidente Obama, scrive il post, ma secondo altre fonti in realtà Fink frequenterebbe’ circoli prediletti da repubblicani neoconservatori. E’ ‘Il più importante personaggio della finanza mondiale’ ma, nonostante questo, ‘virtualmente uno sconosciuto a Manhattan (Vanity Fair citato da Europa quotidiano).

BLACKROCK E GLI EVENTI ITALIANI DEL 2011

Il super-fondo “svolse probabilmente un ruolo molto importante nel precipitare la crisi del debito sovrano italiano che travolse nel 2011 il governo presieduto dal governo Berlusconi. Lo spread fra Bund tedeschi e i nostri Btp iniziò infatti a dilatarsi non appena il Financial Times rese noto che nei primi sei mesi di quell’anno Deutsche Bank aveva venduto l’88% dei titoli che possedeva, per 7 miliardi di euro”. Così Limes. “Molti videro un attacco al nostro paese ispirato da Berlino e dai poteri forti di Francoforte, aggiunge”, citando articoli di allora.
Probabilmente non era così.

L’articolo rivela infatti che il potente istituto di credito tedesco aveva allora un azionariato diffuso, il 48% del capitale sociale era detenuto fuori dalla Repubblica Federale, e il suo azionista più importante era proprio BlackRock con il 5,1% .
(Peraltro oggi la Roccia Nera detiene in Deutsche Bank una quota ancor maggiore, il 6,62% - è il maggior azionista seguito da Paramount Service Holdings, basato alle Isole Vergini Britanniche, al 5,8% - dati ufficiali dic. 2014. 

Alla pari con una fondazione di Panama e l’ex primo ministro del Qatar riferiva la SEC americana ma a giugno vedi.

“Si può escludere che il fondo non abbia avuto alcuna parte in una decisione tanto strategica come quella di dismettere in pochi mesi quasi tutti i titoli del debito sovrano di un paese dell’UE? Se attacco c’è stato non è dettoche sia stato perpetrato dalle autorità politiche ed economiche della Germania” sostiene il post, sottolineando l’opacità dei mercati finanziari.

“E’ un fatto – continua - che a picchiare più duramente contro i nostri titoli a partire dall’autunno 2011 siano proprio Standard& Poors e Moodys, piuttosto che Fitch (la terza agenzia di rating)”.

Un’ipotesi interessante, quella di Limes. Che getta una luce nuova su tanta parte della narrazione di questi anni sulla Germania, l'Europa e i PIIGS, a partire dalle polemiche di quell'agosto bollente, con Merkel e Sarkozy fustigati da Giuliano Amato sul Sole24Ore - Amato che in quel 2011 era fra l'altro senior advisor proprio di Deutsche Bank (e chissà che senza la decisione di Deutsche Bank di vendere i titoli di Stato di Portogallo, Italia, Irlanda, Grecia, Spagna, la tempesta finanziaria non sarebbe iniziata).

Un'ipotesi realistica, che apre altri interrogativi, sugli intrecci fra potere finanziario e politico, sul “potere sovrano” degli stati, anche della potente Germania. E sulla composizione azionaria di questi istituti - banche varie, fondi, superfondi: di chi sono? Chi decide che cosa, al di là dei luoghi comuni ripetuti delle narrative ufficiali? Proviamo solo ad aprire qualche spiraglio qua e là. Cominciando dalla banca tedesca.

L’ANGLO-AMERICANIZZAZIONE DI DEUTSCHE BANK 

La trasformazione dell' istituto nato nel 1870, da banca che storicamente ha per missione il finanziamento dell’industria a banca che genera metà dei suoi profitti dal trading di derivati , valute, titoli, cartolarizzazioni, è storia non troppo lontana. Risale a quando, col crollo dell’URSS, l’attenzione della finanza angloamericana si concentra sull’Europa. E avviene a seguito di misteriosi omicidi.

Alfred Herrhausen, presidente della banca e consigliere fidato del cancelliere Khol aveva in mente uno sviluppo della mission tradizionale e stilò addirittura un progetto di rinascita delle industrie ex comuniste, in Germania, Polonia e Russia. Andò persino parlarne a Wall Street. Venne improvvisamente freddato fuori dalla sua villa, a fine 1989. Si disse dalla RAF, magari invece dalla Stasi, come qualcuno scrisse, o da altri.

Stessa sorte tocca al suo successore, un altro economista che si era opposto alla svendita delle imprese ex comuniste elaborando piani industriali alternativi alla privatizzazione. Ucciso nel 1991 da un tiratore scelto.

Dopo di lui a Deutsche Bank - alla sua sede londinese - arriva uno squadrone di ex Merril Linch, compreso il capo che diventa presidente, riorganizzando tutto in senso ‘moderno’, anche troppo? La banca che deve portare sfortuna, perché anch’egli muore, a soli 47 anni in uno strano incidente del suo aereo privato. Va meglio al suo giovane braccio destro, Anshu Jain, un indiano, jainista, passaporto britannico, cresciuto professionalmente a New York, tutt’oggi presidente della banca diventata prima al mondo per quantità di derivati, spodestando JPMorgan: è esposta per 55.000 miliardi, 20 volte il Pil tedesco, a fronte di depositi per 522 miliardi.

LO SCONTRO COL POTERE POLITICO.

“Quanto è pericoloso il potere di mercato delle maggiori banche di investimento?” Se lo chiedeva due anni fa lo Spiegel riportando un durissimo scontro fra Deutsche Bank e il ministro tedesco dell’ Economia Wolfgang Schauble.

Scriveva il settimanale: “Un pugno di società finanziarie domina il trading di valute, risorse naturali, prodotti a interesse. Migliaiaia di investitori comprano, vendono, scommettono. Ma le transazioni sono in mano a un club di istituti globali come Deutsche Bank, JP Morgan, Goldman Sachs. Quattro banche maneggiano la metà delle transazioni di valute: Deutsche Bank, Citigroup, Barclays e UBS."

BLACKROCK COMPRA IN ITALIA (o l’Italia?)

“Un’altra ragione che dovrebbe farci prestare attenzione alla Roccia Nera è che ha messo radici in molte realtà imprenditoriali nel nostro paese”, scrive Limes. “Che si sta comprando l’Italia”, titolava più spiccio Europa quotidiano , quando un certo allarme si spargeva nel Bel Paese.

A fine 2011 la Roccia aveva il 5,7% di Mediaset, il 3,9% di Unicredit, il 3,5% di Enel e del Banco Popolare, il 2,7% di Fiat e Telecom Italia, il 2,5% di Eni e Generali, il 2,2% di Finmeccanica, il 2,1% di Atlantia (che controlla Autostrade) e Terna, il 2% della Banca Popolare di Milano, Fonsai, Intesa San Paolo, Mediobanca e Ubi.

E oggi? Molte di queste quote sono cresciute e BlackRock è ormai il primo azionista di Unicredit col 5,2%, il secondo azionista di Intesa-SanPaolo, col 5%. Al 5% anche la partecipazione di Atlantia, al 9,4% sarebbe quella di Telecom.

“Presidi strategici che permetteranno a BlackRock di posizionarsi al meglio in vista delle privatizzazioni prossime venture invocate da molti ‘per far scendere il debito’ scrive Limes.

La nuova ondata, dopo quella del 1992-93 a prezzi di saldo, seguita alla brutale speculazione sulla lira che ne aveva tagliato il valore del 30%? La Grecia c’è già dentro, ma resiste. La crisi dei PIIGS a che altro serve se no?

NON E’ IL SOLO.

Aggiungiamo che State Street Corporations, un altro colosso americano, non un fondo di investimenti ma una storica ‘banca di custodia’ basata a Boston che nel 2003 aveva acquistato la divisione Securities di Deutsche Bank, nel 2010 ha comprato l’attività di “banca depositaria” di Intesa SanPaolo (custodia globale, controllo di regolarità delle operazioni, calcoli, amministrazione delle quote dei fondi e di servizi ausiliari come gestione dei cambi e del prestito di titoli).

http://www.lastampa.it/2015/04/13/blogs/underblog/fu-davvero-blackrock-a-ispirare-il-cambio-di-scena-del-in-italia-ej5SJuX0LL9ZyFoWYPOmbL/pagina.html

http://www.libreidee.org/2015/04/fa-crollare-litalia-poi-se-la-compra-ma-chi-e-blackrock/

BLACKROCK E GLI INTRECCI CON LE MEGABANCHE.

La Roccia Nera di chi è, chi sono i suoi azionisti principali? Cercando nel web ci si ritrova in un labirinto di scatole cinesi, un terreno opaco e cangiante.

Azionista n. 1 di BlackRock, nel prospetto di Yahoo finanza (il più chiaro, dic.2014) col 21,7% è PNC Financial Services Group Inc. , antica banca di Pittsburg, la 5° per grandezza negli Usa, pur meno nota. PNC era proprietaria della RocciaNera fino al 1999, racconta Bloomberg (nov 2010, parla di PNC e Bank of America che ne vendono quote).

Azionisti n. 2 e 3 sono Norges Bank, la Banca Centrale di Norvegia, e Wellington Management Co., altro fondo di investimenti, di Boston (2100 investitori istituzionali in 50 paesi, $869 miliardi di asset, investimento minimo $5 milioni, per dire). Poi però tra gli azionisti ‘istituzionali’ - i più rilevanti - troviamo State Street Corporation, FMR-Fidelitye Vanguard Group (ancora una società di investimenti, gestisce $3000 miliardi di assets), fondata nel 1977 dal presidente di quella Wellington a cui appare legata in varie combinazioni. Le stesse quattro società Vanguard, BlackRock, State Street e FMR-Fidelity con Wellington sono gli unici azionisti istituzionali di PNC! Non solo.


I “BIG FOUR”

I magnifici quattro. Queste quattro società si ritrovano con varie quote fra gli azionisti delle principali megabanche. I “Big Four” li chiamava un post in cui ci siamo imbattuti tempo fa, riproposto negli ultimi anni da vari blog. Un titolo di sapore complottista (“Le grandi famiglie che governano il mondo”) e la scoperta che era apparso nel 2011 anche su Pravda.ru, induceva ai peggiori sospetti. Scansando i pregiudizi abbiamo fatto delle verifiche.

Ebbene, i Big Four effettivamente costituiscono un nucleo sempre presente nelle maggiori banche ‘sistemiche’. Non solo le prime quattro – JP Morgan, Bank of America, Citigroup, Wells Fargo - ma anche in banche d’affari come Goldman Sachs, Morgan Stanley, Bank of NY Mellon.
Le stesse State Street, Vanguard e BlackRock, FMR-Fidelity che non sono propriamente banche tranne la prima, sembrano possedersi a vicenda. 

A ricorrere nell’azionariato istituzionale di questi istituti ci sono anche altre società e banche, ma i magnifici quattro non mancano mai. Neppure nella compagine azionaria di Moodys e di Standard& Poors (del gruppo Mc GrawHill che la controlla, dove tra i 4 spicca FMR-Fidelity).

In America e anche in Europa, a quanto pare.


BARCLAYS, PER ESEMPIO.

Prendiamo Barclays, la megabanca britannica che risale al 1690.
(Tra i suoi azionisti, accanto ai soliti BlackRock, Vanguard, e a Capital Research & Management ce n’è uno speciale, col 6,18%, : Qatar Holding LLC, sussidiaria del fondo sovrano qatarino specializzata in investimenti strategici. La stessa holding qatarina è anche maggior azionista di Credit Suisse, seguita dall’ Olayan Group dell' Arabia Saudita che ha partecipazioni in una caterva di società di ogni genere, mentre nell’altra megabanca elvetica, UBS , si ritrova BlackRock, una sussidiaria di JPMorgan, una di Singapore e la Banca di Norvegia di cui sopra, ma non divaghiamo troppo).

Ebbene Barclays Investment Group compariva tra i grandi azionisti di BlackRock, e viceversa, ma PRIMA della crisi del 2008. Dopo, non più, almeno in apparenza. Così racconta un post di Global Research (di Matthias Chang), che propone tabelle interessanti che mostrano come nel 2006 ‘Barclays Octopus'- come la chiamava il post - fosse davvero la piovra che allarga i suoi tentacoli ovunque . Insieme alla sua alleata State Street.

Barclays IG era tra i maggiori azionisti di 10 grandi banche (n.1 di Bank of America, n.2 di Wells Fargo, n.3 di Wachovia, e poi JP Morgan Bank of New York Mellon ecc), mentre State Street era in buona posizione in 7 di queste).

Presente poi nell’azionariato di banche d’affari (da Goldman Sachs a Merril Linch, Morgan Stanley, più Lehman e Bear Sterns poi stritolate dalla crisi). Nonché presente in un lungo elenco di multinazionali di ogni genere americane ed europee, compresi i grandi contractors della Difesa , senza dimenticare le miniere, di ogni genere.DOPO la crisi, che ha parecchio rimescolato le carte dell’élite finanziaria dell’1%, concentrandola ulteriormente, il paesaggio muta. Barclays Global Investors, comprata nel 2009 da BlackRock (questo post indica la RocciaNera come salvatore di un fondo in fallimento -SIV- dietro il quale allude ci fosse BGI ) sparisce dalle tabelle.

Ricorrono invece i “Magnifici Quattro”- come abbiamo verificato anche noi. In ascesa in particolare State Street – segnala il post - che ha scalzato l’alleato con $19.000 miliardi di assets in custodia e amministrati, e $1,9 in gestione.

BlackRock che nel 2006 aveva appena svoltato il trilione di $ di assets, dal 2010 al 2014 cresce ancora fino a $4600 miliardi. In ascesa anche Vanguard Group (anche in Deutsche Bank).

E’ solo un pezzetto del mosaico, la punta dell’iceberg, avvisa il post. E invita a riflettere sugli spostamenti, a “seguire i soldi”, come si dice in gergo poliziesco, e a “esaminare i giocatori”. Chi c’è dietro? “Scopritelo voi, se lo scrivessi io passerei per un cospirazionista”.

http://goldenageofgaia.com/accountability/financial-crash/matthias-chang-financial-fraud-and-the-global-derivative-casino/

http://www.globalresearch.ca/global-financial-domination-the-8-5-trillion-chip/11376 


PRIVATIZZARE/ACQUISIRE I BENI DEGLI INDEBITATI.

Senza dilungarci ulteriormente, segnaliamo che attraverso il crescente indebitamento degli Stati queste megabanche e/o superfondi collegati già azionisti di multinazionali stanno entrando nel capitale di controllo di un numero crescente di banche, imprese strategiche, porti, aeroporti, centrali e reti energetiche.

Solo per bilanciare l’espansione dei Cinesi?

Un processo che va avanti da anni, accelerato molto dalla “crisi” del 2007-8 e dalle politiche controproducenti come l’austerità, che sempre più si rivela una scelta politica. Evidentissimo nei paesi del Sud Europa, Grecia in testa, ma presente anche altrove e negli stessi Stati Uniti, come segnalato a varie riprese dal blogger Matt Taibbi ( es qui) e dall’economista americano (‘di sinistra’) Michael Hudson - titolo di un post/intervista del 2011 "Greece now, US soon", ultimo Greece: "Austerity for the bankers”, un'intervista.

"Non è la Germania contro la Grecia. E’ la guerra delle banche nei confronti del lavoro. La continuazione del Thatcherismo e del neoliberismo"

Del resto nel 2011 la rivista scientifica New Scientist traendo spunto da un vasto e serissimo studio svizzero sulla concentrazione dell’economia globale (con dati del 2007 però) raccontava che 147 corporations controllano il 40% dell’economia globale ed elencava le prime 50, la maggioranza delle 20 al top erano banche.


BlackRock ed i Cambiamenti Climatici


NEW YORK - Il cambiamento climatico è destinato a modificare le strategie degli investitori, che da esso si devono difendere. Ne è convinta Blackrock - la più grande società di investimento nel mondo che gestisce un patrimonio totale di 4.600 miliardi di dollari - secondo cui il problema non può essere più ignorato. Con eventi meteorologici sempre più estremi e con i governi impegnati nella lotta contro il cambiamento climatico, suggerisce ai propri clienti di adeguare i propri portafogli senza per questo rinunciare ai rendimenti.
L'invito arriva dopo il G20 appena concluso a Hangzhou, in Cina, e in cui i leader coinvolti si sono impegnati a ridurre le emissioni con Usa e Cina - le due nazioni più inquinanti al mondo - che hanno annunciato la ratifica dell'accordo raggiunto sotto l'egida dell'Onu nel dicembre 2015 a Parigi.

Quando si studia in quale azienda investire, sostiene Blackrock in una ricerca, bisognerebbe tenere conto di parametri che indicano l'uso di combustibili fossili, il consumo di acqua e le emissioni come percentuale delle vendite annuali dell'azienda stessa. Inoltre, il gruppo dice che un aumento dei prezzi del carbone incoraggerebbe le aziende a sposare approcci più rispettosi dell'ambiente e allo stesso tempo permetterebbe a un investitore di comprendere meglio i rischi associati al cambiamento climatico presenti nel proprio portafoglio.  Blackrock è inoltre favorevole al venire meno dei sussidi pubblici per l'estrazione e il consumo di combustibili fossili.

Le proposte di Blackrock tuttavia si scontrano con alcune difficoltà. Prima di tutto, solo un numero limitato di aziende comunica i propri livelli di emissioni e spesso i dati a disposizione per capire quali aziende inquinano di più sono inaccurati o fuorvianti. Ci sono poi opinioni contrastati sul fatto che le aziende più 'verdi' vengano premiate di più dagli investitori.

Ma c'è un'altra questione che indebolisce, almeno in principio, i consigli del gigante dell'asset management. E' la critica di "ipocrisia inquietante" mossa contro Blackrock dalla non profit The asset owners disclosure project. E' quest'ultima a sottolineare che Blackrock e Vanguard hanno votato contro una proposta avanzata nel maggio 2016 all'assemblea annuale dei soci di Exxon Mobil e che - se fosse passata - avrebbe chiesto al colosso petrolifero di fornire più dettagli relativi all'impatto sulle sue attività dell'accordo climatico raggiunto a parigi. Il gestore e il colosso dei fondi comuni sono i due principali azionisti di Exxon.



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