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giovedì 26 gennaio 2017

La città anarchica


Colin Ward (Londra, 14 agosto 1924 - Ipswich, 11 febbraio 2010) è stato uno dei maggiori pensatori anarchici della seconda metà del XX secolo. Ha cominciato a lavorare come architetto prima, come insegnante poi. Per oltre vent'anni è stato scrittore e giornalista free-lance. Gran parte delle sue ricerche si occupano dei modi "non ufficiali" con cui la gente usa l'ambiente urbano e rurale, rimodellandolo secondo i propri bisogni. Ha così scritto una ventina di libri su temi sociologici e urbanistici come il vandalismo e gli orti urbani, l'occupazione di case e l'autocostruzione. Si è inoltre occupato della condizione dei bambini in situazioni urbane e rurali e ha anche scritto alcuni pamphlet destinati a loro e pubblicati dalla Penguin: Violence, Work, Utopia. Oltre ai libri pubblicati da elèuthera in Italia sono stati tradotti: La città dei ricchi e la città dei poveri (E/O 1998), Il bambino e la città (L'Ancora del Mediterraneo 2000).

di Colin Ward

L'anarchismo - la filosofia politica di una società senza governo formata da comunità autonome - non ha, apparentemente, nulla a che vedere con i problemi della città. Di fatto, però, esiste anche in questo campo una corrente di pensiero anarchico, che per gli aspetti storici del problema va da Kropotkin a Murray Bookchin e per quelli ideologici da John Turner ai situazionisti. Infine molti altri ancora, il cui contributo all'elaborazione di una filosofia anarchica dell'urbanesimo potrebbe essere prezioso, non si sogneranno mai di intraprendere questa fatica perché nello spirito, anche se non altrettanto spesso nella pratica, hanno abbandonato la città.

La sede naturale di ogni governo è la città: chi mai ha visto una nazione governata da un villaggio?
Spesso, se manca, viene costruita apposta: Nuova Dehli, Canberra, Ottawa, Washington, Chandigar e Brasilia ne sono degli esempi. E non è sintomatico che il turista, se vuole vedere qual è veramente la vita di un paese, debba fuggire lontano dalle città dei burocrati e dei tecnocrati? A Brasilia, ad esempio, deve allontanarsi di circa quindici chilometri e recarsi a Cidade Libre (Città Libera), dove vivono gli operai edili. Costoro hanno edificato la "Città del 2000", ma sono troppo poveri per viverci, mentre nella città che hanno costruito per sé "si è sviluppato un modo di vivere spontaneo, da villaggio di baracche del West, che contrasta con la formalità della città ed è troppo prezioso per essere distrutto".

Il mito della vita rurale Soprattutto in Inghilterra, il paese più urbanizzato del mondo, abbiamo alimentato per secoli il mito della vita rurale - un mito caro ai seguaci di ogni parte politica. Nel suo libro The Country and the City (La campagna e la città) Raymond Williams ha mostrato come durante tutto il corso della storia questo mito sia stato rafforzato dalla letteratura, che sempre collocava il paradiso perduto della città rurale in qualche epoca passata. Il guaio è, osserva E.P. Thompson, che il mito è stato "addolcito, abbellito, mantenuto in vita e infine assunto dagli abitanti delle città come punto di riferimento obbligato nella critica dell'industrialismo. In questo modo esso ha fornito un alibi per la mancanza del coraggio utopico di immaginare come potrebbe essere una vera comunità in una città industriale - addirittura, di rendersi conto di quanto già si sarebbe potuto realizzare in questo senso".

Al pari di Williams, Thompson attribuisce a questa tendenza un potere debilitante: "è un'emorragia culturale continua, una perdita di sangue ribelle, che defluisce ora verso Walden, ora verso l'Afghanistan, ora verso la Cornovaglia, ora verso il Messico, mentre gli abitanti delle città non solo non risolvono nulla nel loro paese, ma si cullano nell'ingannevole illusione di liberarsi, in un certo senso, dalla contaminazione di un sistema sociale del quale essi stessi sono il prodotto culturale".

Come avvertono entrambi gli autori, gli spensierati pastorelli del sogno arcaico, oggi, sono solo "i poveri della Nigeria, della Bolivia e del Pakistan".

Paradossalmente, poi, le popolazioni rurali povere del Terzo Mondo si riversano in massa nelle città. Se si vogliono trovare, oggi, esempi di città anarchiche realmente esistenti, cioè esempi di vasti insediamenti umani che non siano frutto di una pianificazione governativa, ma dell'azione popolare diretta, bisogna cercarli nel Terzo Mondo. Nell'America latina, in Asia e in Africa il trasferimento di enormi masse di popolazione nelle città, verificatosi negli ultimi due decenni, ha dato luogo alla formazione di immensi quartieri abusivi nelle periferie dei grandi centri, abitati dalla moltitudine degli 'invisibili' ai quali è ufficialmente negata un'esistenza urbana. Pat Crooke osserva che le città crescono e si sviluppano su due livelli: da una parte quello ufficiale, teorico; dall'altra quello caratteristico della maggior parte della popolazione di molte città sudamericane, cioè della massa non ufficiale dei cittadini che instaurano un'economia popolare al di fuori delle strutture finanziarie istituzionali della città.

Un modo per ridurre la pressione che rischia di far esplodere i contenitori urbani sarebbe quello di migliorare le condizioni di vita nei villaggi e nei piccoli centri di provincia. Ma ciò presuppone una trasformazione radicale del concetto di proprietà terriera, la creazione di industrie su piccola scala con un uso intensivo della forza-lavoro e una crescita notevole dei proventi derivanti dall'agricoltura. Fino a quando tutto questo non sarà possibile, la gente preferirà sempre tentar la
sorte nelle città, piuttosto che morire di fame nelle campagne. La grande differenza che si riscontra tra la situazione odierna e l'esplosione urbanistica nell'Inghilterra del XIX secolo si spiega con il fatto che allora l'industrializzazione fu sempre precedente all'urbanizzazione, mentre oggi accade il contrario.

Generalmente, i quartieri di baraccati delle città del Terzo Mondo sono considerati fertile terreno per la diffusione della criminalità, del vizio, delle malattie, della disorganizzazione sociale e familiare. Ma John Turner, l'architetto anarchico che più di ogni altro ha contribuito a mutare il nostro modo di vedere questa realtà, afferma: "Dieci anni di lavoro nelle barriadas peruviane mi hanno insegnato che la concezione corrente è grossolanamente errata: benché funzionale ad interessi politici e burocratici occulti, risulta totalmente inadeguata alla realtà.... Non c'è caos né disordine, bensì occupazioni organizzate del terreno pubblico a dispetto della violenta repressione poliziesca; organizzazione politica interna con elezioni locali annuali; coabitazione di migliaia di persone senza protezione da parte della polizia e senza servizi pubblici.

Le capanne di paglia costruite durante le occupazioni vengono trasformate il più rapidamente possibile in case in muratura, con un investimento complessivo in materiali e forza lavoro dell'ordine di milioni di dollari. I livelli di occupazione, i salari, i livelli di alfabetizzazione e di istruzione sono tutti più elevati che nei ghetti del centro città (dai quali molti abitanti delle barriadas sono fuggiti) e in genere più alti della media nazionale. Il crimine, la delinquenza giovanile, la prostituzione e il gioco d'azzardo sono rari, eccetto che per i furtarelli di poco conto, la cui incidenza è apparentemente più bassa che in altre parti della città".

Che straordinario tributo alla capacità di solidarietà e di assistenza reciproca della povera gente, alla faccia dell'autorità! Il lettore che conosce Il Mutuo Appoggio di Kropotkin non potrà fare a meno di ricordare, a questo punto, il capitolo in cui l'autore tesse l'elogio della città medievale e nel quale osserva che "dovunque gli uomini hanno trovato, o si sono aspettati di trovare, protezione dietro le mura della città, hanno stretto patti di alleanza, di fratellanza e di amicizia, accomunati da un unico ideale e fieramente tesi alla realizzazione di una nuova vita di libertà e di reciproca solidarietà. E sono riusciti così bene nel loro intento, che in tre o quattrocento anni hanno mutato il volto dell'Europa".

Kropotkin non è un romantico adulatore delle città libere medievali, sa bene quali furono i loro difetti e che esse non riuscirono ad evitare che si instaurasse un rapporto di sfruttamento con le popolazioni contadine. Ma la sua interpretazione del loro processo di sviluppo è convalidata anche dagli studiosi più moderni.

Walter Ullmann, ad esempio, osserva che esse "rappresentano un esempio abbastanza chiaro di entità autogovernate" e che "al fine di regolare le sue transazioni commerciali, la comunità si riuniva tutta in assemblea... el'assemblea non 'rappresentava' semplicemente, ma era lei stessa la comunità".

La città sociale: un intreccio di comunità Ciò presuppone che le comunità abbiano certe dimensioni e ancora Kropotkin, nel suo sorprendentemente attuale Campi, fabbriche e officine sostiene, con argomentazioni tecniche, la necessità della maggior diffusione possibile, dell'integrazione tra industria e agricoltura e (come dice Lewis Mumford) di "uno sviluppo decentralizzato della città in piccole unità a misura d'uomo, che possano godere nel medesimo tempo dei vantaggi della città e della campagna". In Garden Cities of tomorrow Ebenezer Howard, contemporaneo di Kropotkin, si pone una semplice domanda: come possiamo liberarci dell'atmosfera truce delle città e risolvere il problema della scarsità di prospettive offerte dalla campagna (motivo per cui tanta gente si trasferisce in città)? E, d'altra parte, come possiamo conservare nello stesso tempo la bellezza della campagna e le grandi opportunità che offre la città? La sua risposta a questi interrogativi non è solo la città-giardino, ma quella che chiama la città sociale, l'intreccio di comunità. La stessa idea è avanzata da Paul e Percy Goodman in Communitas: means of livelihood and ways of life (Comunità: mezzi di sussistenza e modi di vita), dove il secondo dei tre paradigmi, la Nuova Comune, è quella che il professor Thomas Reiner chiama "una città polinucleata, che riflette la propria matrice anarco-sindacalista". E ancora una proposta analoga è contenuta nel sorprendente saggio di Leopold Kohr, The City as Convivial Centre (La città come centro conviviale), nel quale la metropoli ideale è descritta come "una federazione polinucleata di città", così come la città è una federazione di isolati di abitazione.

Al pari di Kropotkin, anche Blueprint for Survival (Progetto per la sopravvivenza) individua come obiettivo "la decentralizzazione della società in piccole comunità, nelle quali le industrie siano sufficientemente ridotte da rispondere ai bisogni delle singole comunità". Infine, assai prima che il problema della crisi energetica colpisse l'opinione pubblica, Murray Bookchin, nel suo saggio Towards a Liberatory Technology (verso una tecnologia liberatoria - che pubblicai su Anarchy nel 1967 ed è ora contenuto nel suo libro Post-Scarcity Anarchism - L'anarchismo nella società del benessere) avanzò, a proposito della città polinucleare, una proposta energetica: "Il funzionamento di una grande città richiede enormi quantità di carbone e di petrolio. L'energia solare, del vento e delle maree è sfruttabile solo in misura ridotta. Ad eccezione delle grandi dighe a turbine, le nuove apparecchiature forniscono raramente più di qualche migliaio di kilowatt/ora di energia elettrica. È difficile credere che saremo mai in grado di progettare collettori solari capaci di produrre le enormi quantità di energia fornite dai grandi impianti a vapore; è altrettanto difficile pensare a una batteria di turbine a vento in grado di fornire elettricità sufficiente a illuminare l'isola di Manhattan. Se le case e le fabbriche sono tutte concentrate in zone ristrette, i congegni per lo sfruttamento dell'energia pulita saranno sempre e solo dei semplici giocattoli; se, invece, le comunità urbane si riducono di dimensioni e si disperdono sul territorio, non c'è motivo per cui l'uso combinato di questi strumenti non debba garantirci tutti i comforts della civiltà industriale. Per usare nel modo migliore possibile l'energia del sole, del vento e delle acque la megalopoli deve frantumarsi e disperdersi. Alle fasce urbane dilaganti di oggi devono sostituirsi comunità di nuovo tipo, accuratamente organizzate e dimensionate secondo la natura e le risorse di una determinata regione".

L'accettazione della diversità e del disordine Una tendenza assai diversa del pensiero anarchico relativo al problema urbano è espressa in The Uses of Disorder: personal identity and city life (Le funzioni del disordine: identità personale e vita urbana) di Richard Sennett. Diverse fila teoriche si intrecciano nelle pagine di questo libro. Una di queste è rappresentata da un concetto che l'autore deriva dallo psicologo Erik Erikson, secondo il quale nel periodo dell'adolescenza l'uomo cerca un'identità depurata per sfuggire all'incertezza e al dolore e che solo con l'accettazione della diversità e del disordine raggiunge l'età adulta. Un'altra è rappresentata dall'idea che la società americana moderna tende a congelare l'uomo nello stato adolescenziale - una grossolana semplificazione della vita urbana nella quale la gente, se appena dispone di mezzi sufficienti, fugge dalla complessità della città verso i sobborghi, cercando sicurezza nell'universo chiuso del nucleo familiare - la comunità depurata. La terza argomentazione consiste nell'affermare che la pianificazione urbana, così come è stata concepita in passato, con la suddivisione in zone e l'eliminazione dei 'fruitori non conformi', ha favorito questo processo, soprattutto programmando futuri sviluppi e basando su questi i consumi energetici e le spese attuali. "I progettatori di autostrade, di ristrutturazioni edilizie e urbanistiche hanno inteso i tentativi di comunità decentralizzate e di gruppi comunitari non come momenti naturali di un impegno di ricostruzione sociale, bensì come una minaccia per la validità della loro opera di progettazione". Secondo Sennett ciò significa, in realtà, che i progettisti hanno voluto considerare la pianificazione, la programmazione futura "più 'reali' di qualsiasi svolta nel corso della storia, degli imprevedibili movimenti che caratterizzano il tempo reale della vita degli uomini".

La formula che Sennett propone per risolvere il problema delle città americane consiste in un'inversione di questa tendenza, per 'liberarsi dall'identità depurata'. Vuole città in cui le persone siano obbligate a confrontarsi le une con le altre: "Non ci dovrebbe essere polizia, né alcuna forma di controllo centrale, di organizzazione scolastica, di suddivisione in zone, di ristrutturazione, di attività urbana di qualsiasi genere che possa essere realizzata per mezzo dell'azione comunitaria o, meglio ancora, attraverso una conflittualità diretta e non violenta all'interno della città stessa". Non violenta? Certo, perché Sennett sostiene che la città moderna nega all'aggressività e alla conflittualità altro sfogo se non la violenza, e ciò proprio a causa della mancanza della possibilità di confrontarsi a vicenda. (Le richieste di ordine e legalità sono più forti nelle comunità isolate dal resto della città).

L'esempio più chiaro del modo in cui questa violenza si manifesta "è costituito dalla funzione della polizia nelle città moderne. I poliziotti sono burocrati cui spetta il compito di dirimere le controversie e far cessare le ostilità", ma "una società che considera strumento passivo e impersonale di coercizione l'intervento della legge per sedare i disordini non può che favorire l'insorgere di reazioni violente contro la polizia". La città anarchica che Sennett auspica, invece, "una città che costringa gli uomini a dirsi l'un l'altro quello che pensano e a realizzare così una condizione di reciproca compatibilità ", non rappresenta un compromesso tra ordine e violenza, bensì un modo di vivere del tutto diverso dall'attuale, nel quale la gente non sarebbe costretta a scegliere l'una cosa o l'altra.

Le città cambieranno?
Dovranno cambiare per forza, perché sono sull'orlo del collasso, risponde Murray Bookchin in un libro di recente pubblicazione in America: The Limits of the City (I limiti della città). Secondo Bookchin, le città del mondo moderno, affette da elefantismi, stanno rovinando. "Si stanno disintegrando da tutti i punti di vista: amministrativo, istituzionale e logistico; sono sempre meno in grado di assicurare i servizi minimamente necessari all'abitabilità, alla sicurezza, al trasporto delle merci e delle persone...". Anche in quelle città dove sopravvive una parvenza di democrazia formale "quasi tutti i problemi civici vengono risolti non tramite un'azione che tenga conto delle loro radici sociali, ma per mezzo di un intervento legislativo che riduce ulteriormente i diritti del cittadino come essere autonomo e accresce il potere delle forze che operano al di sopra dell'individuo".

Né può giovare, in questo senso, l'opera dei tecnici professionisti: "La pianificazione urbana ha potuto raramente trascendere le disastrose condizioni sociali che ne hanno determinato l'esigenza.
Nella misura in cui si è ripiegata e rinchiusa in se stessa, nella sua natura di professione specialistica - attività professionale di architetti, ingegneri e sociologi - è rientrata anch'essa nei limiti angusti della divisione del lavoro caratteristica di quella stessa società che avrebbe dovuto controllare. Non a caso, spesso le proposte di impronta più umanistica per la soluzione dei problemi dell'urbanesimo sono state avanzate da 'non addetti ai lavori', che tuttavia hanno un contatto diretto con l'esperienza reale della gente e con le agonie terrene della vita metropolitana".

Bookchin ha ragione. Ebenezer Howard era uno scenografo e Patrick Geddes un botanico. Ma i 'non addetti ai lavori' che più di tutti gli altri, secondo Bookchin, indicano la via da seguire sono irrappresentanti della controcultura giovanile: "Molto è stato scritto sull'isolamento dei giovani nelle comuni rurali. Molto meno si è detto di quanto la controcultura giovanile ha fatto per sottoporre la pianificazione urbana a una critica serrata, spesso avanzando proposte alternative ai disumanizzanti progetti di 'rivitalizzazione' e di 'riabilitazione' urbana...".

Per i nuovi progettisti della controcultura "il punto di partenza non era l''oggetto piacevole' e l''efficienza' con cui rendere più spedito il traffico, le comunicazioni e le attività economiche. I nuovi progettisti miravano piuttosto a stabilire un rapporto tra la progettazione e la necessità di garantire l'intimità personale, la multiformità dei rapporti sociali, la non gerarchicità dei modi di organizzazione, il carattere comunitario della convivenza e l'indipendenza materiale dell'economia di mercato. La progettazione, dunque, non doveva partire da una concezione astratta dello spazio o da una ricerca di funzionalità per il miglioramento dello status quo, bensì da una critica esplicita dello status quo e dal concetto che a questo status quo doveva sostituirsi quello della libertà dei rapporti umani. Gli elementi progettuali della pianificazione avevano la loro origine in alternative sociali del tutto nuove. Si voleva tentare di sostituire lo spazio gerarchico con uno spazio liberato".

Si stava, in pratica, riscoprendo la polis, reinventando la comune. Ora Murray Bookchin sa che il movimento di controcultura americano ha abbandonato le vette degli anni '60; non manca, perciò, di inveire contro la rozza retorica politica che è subentrata ai suoi fasti. "La rabbia dei pugni chiusi che esplose alla fine degli anni '60 fu assai più incapace di coinvolgere l'opinione pubblica, sempre più allarmata e frastornata, di quanto non fecero i fiori di alcuni anni prima". Tuttavia, afferma Bookchin, alcune delle rivendicazioni e dei problemi avanzati allora sono imperituri. La richiesta di 'comunità nuove, decentralizzate, fondate su criteri ecologici che integrino in sé i caratteri più avanzati della vita urbana e rurale" non sarà mai sopita, per il semplice motivo che "la nostra società, oggi, ha ben poche altre alternative".

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