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martedì 28 maggio 2019

Quel giorno a Philadelphia

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Spesso la mia brama di risposte mi ha aperto le porte di circoli ristretti, dove i tabù non esistono e i convenuti possono parlare di storia e scienza senza badare ai confini del cosiddetto buonsenso. Sono qui i veri talenti, le menti libere che non subiscono il ricatto del denaro o della pubblica opinione.

E' passato soltanto un anno da quando ho visionato le riprese di laboratorio di un singolare progetto Top Secret; sulla carta non avrebbe potuto funzionare, perché il successo dell'esperimento avrebbe implicato la violazione di almeno una mezza dozzina di leggi fisiche considerate insindacabili. Eppure alla prova dei fatti funzionava, sincronizzando le oscillazioni di campi elettrici e magnetici alla rotazione di sfere metalliche ripiene di mercurio: era un perfetto condensato di tutta la scienza occulta di cui gli indiani avevano detto nel Vaimanika Shastra.

Del resto la stessa fisica moderna aveva negato l’esistenza dei calabroni. “Questi animali non esistono, le loro ali sono troppo piccole per sostenerne il peso” dicevano i cattedrati. Intanto l’uomo di campagna seguiva i calabroni mentre succhiavano i fiori e impollinavano il frutteto. Il calabrone sostentava il contadino e dava i frutti agli stessi fisici che ne negavano l’esistenza. Anche l’uomo pazzo credeva in loro, e si avvicinava ancora più del contadino per carpirne il segreto. Così il pazzo costruì l’aereo, ma i fisici non riuscirono a vederlo. Il contadino lo usò per disinfestare i campi.

Polemiche a parte, voglio portarvi indietro con la fantasia fino a quel giorno a Philadelphia, quando la marina americana sviluppò una nuova tecnologia che si basava sugli stessi principi “pseudo”-fisici dell'esperimento succitato.