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IL PRETESTO CLIMATICO

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martedì 28 maggio 2019

Quel giorno a Philadelphia

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Spesso la mia brama di risposte mi ha aperto le porte di circoli ristretti, dove i tabù non esistono e i convenuti possono parlare di storia e scienza senza badare ai confini del cosiddetto buonsenso. Sono qui i veri talenti, le menti libere che non subiscono il ricatto del denaro o della pubblica opinione.

E' passato soltanto un anno da quando ho visionato le riprese di laboratorio di un singolare progetto Top Secret; sulla carta non avrebbe potuto funzionare, perché il successo dell'esperimento avrebbe implicato la violazione di almeno una mezza dozzina di leggi fisiche considerate insindacabili. Eppure alla prova dei fatti funzionava, sincronizzando le oscillazioni di campi elettrici e magnetici alla rotazione di sfere metalliche ripiene di mercurio: era un perfetto condensato di tutta la scienza occulta di cui gli indiani avevano detto nel Vaimanika Shastra.

Del resto la stessa fisica moderna aveva negato l’esistenza dei calabroni. “Questi animali non esistono, le loro ali sono troppo piccole per sostenerne il peso” dicevano i cattedrati. Intanto l’uomo di campagna seguiva i calabroni mentre succhiavano i fiori e impollinavano il frutteto. Il calabrone sostentava il contadino e dava i frutti agli stessi fisici che ne negavano l’esistenza. Anche l’uomo pazzo credeva in loro, e si avvicinava ancora più del contadino per carpirne il segreto. Così il pazzo costruì l’aereo, ma i fisici non riuscirono a vederlo. Il contadino lo usò per disinfestare i campi.

Polemiche a parte, voglio portarvi indietro con la fantasia fino a quel giorno a Philadelphia, quando la marina americana sviluppò una nuova tecnologia che si basava sugli stessi principi “pseudo”-fisici dell'esperimento succitato.



Tutto ebbe inizio a Roskville, nell’Indiana, alla metà del XIX secolo. Qui viveva Morris Ketchum Jessup, astrofisico e scrittore divulgativo. Fu professore alla Drake University di Des Moines, nell’Iowa, e all’Università del Michigan, ad Ann Arbor, oltre che membro attivo del Michigan’s Lamont-Hussey Observatory a Bloemfontein, nell’Orange Free State in Sud Africa. Negli anni ’30 partecipò in qualità di fotografo ad una spedizione del Carnegie Institute di Washington, un’avventura che lo avrebbe condizionato per tutti gli anni a venire e che in qualche modo ne avrebbe sancito il drammatico destino.

Gli archeologi dell’istituto avevano il compito di mappare e catalogare le rovine degli antichi popoli meso e sudamericani. In Messico, a La Venta e San Lorenzo, Jessup toccò le teste dei giganti, scolpite dagli Olmechi con evidenti fattezze negrodi; percorse il Viale dei Morti a Teotihuacan, dove il cielo si specchiava in un lungo bagno d’acqua dolce; seguì la piramide del mago a Uxmal e infine toccò a Chichén Itzá, il sito dai rivoli viola dove i Maya compivano i sacrifici. Salì le scale del Tempio dei Guerrieri e accarezzò il Chac-Mool, la statua umana sul cui ventre giaceva la vittima. Si aggirò sperduto tra la piramide di Kukulcan, i campi della palacorda e l’osservatorio Caracol. Poi la spedizione scese in Perù, tra i fasti dell’impero Moche, le piramidi di Caral, le steli di Chavín de Huantar e le mastodontiche muraglie degli Incas. Jessup si fermò ad ammirare i massi squadrati da 400 tonnellate del porto di Puma Punku (a Tiahuanaco), e quelli irregolari ma altrettanto pesanti del Sacsayhuamán a Cuzco. Non poté fare a meno di chiedersi se fossero stati davvero gli Inca i reali costruttori, armati di corde, animali da soma e pazienza.

Trovo qualcosa di famigliare con la mia storia, e non soltanto per la laurea in fisica. Abbiamo condiviso entrambi la stessa passione per l’archeologia e gli stessi dubbi sui suoi caposaldi. Nel mio caso fu una gita in Toscana a spronare le mie mosse, ispirate da draghi, leoni e cavalieri del Duomo di Barga, dal Ponte del Diavolo a Mozzano, e ancor più dalla Spada nella Roccia conservata a Chiusdino. Io ho cercato di spiegare i misteri immaginando una civiltà perduta che fosse fiorita decine di migliaia di anni fa, cancellata dall’impatto di un meteorite contro la Florida. Jessup optò per una scelta diversa e immaginò un aiuto esterno, esseri intelligenti venuti da altri mondi per istruire l’uomo e costruire colonie.

Il 13 gennaio 1955, all’età di 54 anni, Morris Ketchum Jessup dava alle stampe The Case for the UFO, dando inizio a una catena d’eventi che il migliore borsista non avrebbe saputo prevedere.

Alla fine dello stesso anno, Jessup ricevette una strana lettera dalla Pennsylvania firmata Carlos Miguel Allende [Charles Metcalf Allen], ufficiale della marina americana e professore di ingegneria idraulica al Politecnico di Worcester. Il mittente era interessato alle indagini di Jessup sulla levitazione di oggetti per mezzo di campi di forze, un fenomeno che a parere di entrambi era stato sfruttato in tempi antichi per l’erezione di monumenti megalitici. Allende dichiarava che il fenomeno di levitazione era stato sperimentato con successo anche in tempi moderni, durante una “famosa” operazione militare di cui era stato testimone.

Tra gli anni ’30 e ’40 del XX secolo, la Marina americana si era dedicata all’applicazione militare della teoria di Einstein sul “Campo Unificato”. Lo scienziato aveva riassunto i suoi risultati in due articoli pubblicati rispettivamente nel ’28 (Riemannian Geometry with Maintaining the Notion of Distant Parallelism) e nel ’30 (Unified Field Theory Based on Riemannian Metrics and Distant Parallelism), per poi ritirarli in quanto “incompleti”. La teoria avrebbe guidato la creazione di campi gravitazionali per mezzo di campi elettromagnetici, contemplando la sparizione di corpi estesi mediante l’applicazione di opportuni campi magnetici.

Una commissione di scienziati si riunì nel 1931 all’Università di Chicago per progettare i futuri esperimenti sotto la guida del rettore John Hutchinson e del suo “assistente” Emil Kirtenauer. Due anni più tardi l’intero progetto fu trasferito al Princeton’s Institute of Advanced Studies e qui si unirono al gruppo niente meno che Albert Einstein e John von Neumann. Nel 1934 fu la volta di Nikola Tesla, convocato dallo stesso presidente Roosevelt[1]. I primi test di laboratorio furono condotti nel 1936 con un discreto successo, ottenendo un’invisibilità parziale che fu sufficiente ad incoraggiare ulteriori studi. A quel punto entrò nel team il dr. Gustave Le Bon, seguito nel 1940 dai dottori Clarkston e Townsend Brown[2]. Il primo esperimento all’aperto si svolse a Brooklyn nel 1940, sotto la guida di Nikola Tesla. In un cantiere della marina fu approntata una piccola nave senza equipaggio, alimentata via cavo da altre due navi poste ai lati, così che si potesse tagliare la corrente in caso d’incidenti. L’esperimento ebbe comunque successo e la nave diventò invisibile come previsto.

Visti i risultati, la marina americana concesse fondi illimitati per proseguire la ricerca; il gruppo si espanse ulteriormente e nel mese di settembre venne messo su carta il Progetto Arcobaleno, niente meno che la sparizione di una nave da guerra. A quel punto entrarono in campo i figli di Alexander Duncan Cameron, un’ex marinaio in pensione che gestiva l’integrazione in America degli scienziati fuggitivi della Germania nazista. I due figli di Cameron, Alexander e Timothy, erano nati nel 1916 e 1917, laureati entrambi in fisica, il primo all’Università di Edimburgo, dove prese un dottorato, e il secondo a Princeton, con dottorato ad Harvard. Alla fine del ’39 erano stati inviati ad una scuola speciale di formazione navale a Providence, Rhode Island, dove erano rimasti 90 giorni per un addestramento da ufficiali. Dopodiché erano stati assegnati a tempo pieno all’Istituto di Princeton con il compito di rappresentare gli interessi della marina sul Progetto Arcobaleno. La marina aveva scelto due persone di formazione scientifica che fossero in grado di comprendere e di riprodurre nella pratica tutto quanto si fosse realizzato.

L’esperimento era in programma per il marzo ’42, sennonché il dr. Tesla si rese conto di non poter generare abbastanza energia senza nuocere all’equipaggio. Tesla segnalò il problema alla marina e chiese altro tempo per sviluppare le contromisure necessarie. La marina fu però irremovibile: “Non si può, hai una scadenza. C’è una guerra in corso e farai questo lavoro”. Lo scienziato finse allora di rispettare i programmi ma alla data prevista sabotò le attrezzature in modo tale che non funzionassero. Al termine della prova, Tesla si inchinò di fronte agli astanti e abbandonò il progetto: “Bene, signori, l’esperimento è fallito ed è il momento di lasciarvi. Io mi dimetto”. Si comportò da vero “signore” ma la sua onestà non fu premiata. Tesla morì l’anno successivo tra il 5 e l’8 gennaio, mentre era solo al New Yorker Hotel. Ufficialmente si trattò di attacco cardiaco, e chi poteva dubitarne considerando la sua età di 86 anni?

Sarà una coincidenza, ma la morte di Tesla coincise con il pieno ripristino dei sistemi della nave. Insomma, lo scienziato era morto solo quando la marina era sicura di non averne più bisogno. Nel frattempo erano stati raccolti 33 volontari, dicendo loro che avrebbero partecipato ad un’esperienza esotica, dove forse ci sarebbe stato qualche pericolo. I 33 furono mandati ad una scuola speciale presso l’Accademia della Guardia Costiera a Groton, nel Connecticut. Dopo tre mesi furono immortalati in una foto di classe assieme al maestro Duncan Cameron.


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Von Neumann sosteneva di non credere alle affermazioni di Tesla riguardo i pericoli per l’equipaggio. Di opinione diversa erano i fratelli Cameron, i quali nutrivano grande rispetto per Tesla e avevano visionato i suoi calcoli trovandosi d’accordo con lui. I due si recarono da Neumann chiedendo spiegazioni: “c’è un problema e Tesla ti ha avvertito”. Neumann si mostrò turbato: “É vero, può darsi che ci sia un problema. Vedremo cosa possiamo fare al riguardo”. Era evidente che qualcuno li aveva scavalcati e aveva dato ordini precisi a Von Neumann. I fratelli Cameron si recarono quindi da Hal Bowen, loro superiore in marina, e lì scoprirono che l’ordine era stato emesso dal Capo Operazioni Navali (CNO), l’ufficiale più alto in grado che rispondeva unicamente al Segretario della Marina.

Infine anche Von Neumann provò a chiedere una proroga, ma nonostante ciò il 20 luglio 1943 la nave da guerra USS Eldridge DE 173 si allontanò dal porto sotto la guida del capitano Hangle Hangle. Erano a bordo i 33 volontari e gli stessi fratelli Cameron. Alle ore 9:00 fu accesa la strumentazione e, secondo gli osservatori, la nave divenne invisibile. Restò occultata per circa 15-20 minuti, al termine dei quali giunse l’ordine di chiudersi sotto coperta e di riportare la nave al porto. Fu una volta attraccati che ci si accorse del problema: i membri del personale rimasti sul ponte erano completamente disorientati, in preda a nausea e vomito e quasi deliranti. La marina si limitò a dire “abbiamo bisogno di più tempo per studiare questo problema. Abbiamo bisogno di scoprire cosa è successo e correggerlo”.

L’esperimento fu ripetuto il 12 agosto 1943. A bordo del cacciatorpediniere furono accesi quattro trasmettitori a radiofrequenza e una serie di generatori di campo magnetico: la nave divenne prima evanescente e poco dopo scomparve in un nube luminosa verdastra. A quel punto scomparve pure dai radar e Von Neumann andò nel panico, non avendo idea di cosa stesse accadendo. A detta di alcuni testimoni la nave sarebbe apparsa per 10-15 minuti nel porto di Norfolk, per poi scomparire di nuovo e riapparire nel punto di origine a Philadelphia, quattro ore più tardi. Fu mandata una squadra di soccorso e la relazione fu quanto di più assurdo si potesse pensare:

Due uomini sono imprigionati nella costruzione in accaio sul ponte, due uomini nella paratia in acciaio; un quinto uomo è stato trovato con la mano penetrata a tre quarti dalla paratia ma era vivo. Altre persone camminano avanti e indietro completamente folli, veramente folli e fuori di sé. Alcuni sparivano e riapparivano. Altri erano in fiamme ma bruciavano senza consumarsi. Tutti sono gravemente afflitti e danneggiati e le uniche persone scampate alla confusione sono quelli che si trovavano sotto il ponte, compresi i fratelli Cameron[3].

All’uomo con la mano incastrata fu tagliato l’arto e gli fu data una mano artificiale. Il giornale di Filadelphia pubblicò un breve articolo che riportava le azioni dei marinai dopo il loro “viaggio”, quando “assalirono” un bar del posto, il Seamen’s Lounge. Sembra che scontassero ancora gli effetti del campo, oppure che avessero discusso dell’esperimento con accenti talmente terrificanti che le cameriere ne restarono agghiacciate. Fatto sta che la polizia portuale era stata costretta a intervenire.

Alexander Cameron era saltato dal parapetto assieme al fratello ma, stando alle sue parole, anziché cadere in acqua i due si sarebbero ritrovati nel bel mezzo di un altro progetto, il Progetto Phoenix a Montauk, Long Island. Erano capitati all’interno di un recinto pattugliato da guardie, cani e addirittura un elicottero. Ancora più strano, la data era il 12 agosto 1983.

A Montauk c’erano cinque piani interrati che ospitavano le attrezzature del progetto. I fratelli Cameron furono accompagnati davanti al dr. Von Neumann, che ai loro occhi appariva irriconoscibile e terribilmente invecchiato. I due esperimenti, esattamente a quarant’anni di distanza, si erano accoppiati uno con l’altro, creando un buco nell’Iperspazio che aveva risucchiato l’Eldridge. A quanto pare Von Neumann riuscì a spedire indietro Alexander, mentre il fratello Timothy restò nel 1983.

Nel 1943 seguirono quattro giorni d’incrontri tra Von Neumann, Gustave Le Bon, l’ammiraglio Hal Bowen, il tenente comandante Alan Batchelor e innumerevoli altri. Decisero di fare un altro test, ma questa volta la prova sarebbe avvenuta senza persone a bordo il 28 ottobre alle ore 22.

Carlos Miguel Allende aveva osservato la sparizione dell’Eldridge dal ponte di un’altra nave, la SS Andrew Furuseth. Profondamente colpito da quanto osservato, il marinaio aveva avviato alcune ricerche per conto proprio, tentando invano di informare la comunità scientifica. Allende avviò una fitta corrispondenza con Morris K. Jessup: prendeva spunto da alcune speculazioni di Jessup per sostenere che la levitazione era un procedimento “noto” e ben sviluppato dalla tecnologia umana. Dalla prima lettera emergeva chiaramente come Allende conoscesse bene gli interessi di Jessup per la teoria del Campo Unificato di Einstein, la quale avrebbe potuto rivelare il segreto dell’antigravità rendendo possibili viaggi spaziali a costi ridotti. Allende giudicava terribile questa possibilità, sostenendo che una ricerca simile si era già svolta con esiti drammatici. Allende si dichiarava disponibile per essere sottoposto a ipnosi o al siero della verità, al fine di ricordare ulteriori dettagli dell’intera vicenda e dimostrare la sua attendibilità. Allende fornì anche i nomi di alcune persone che sarebbero state con lui a bordo della S.S. Andrew Furuseth.

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Jessup s’impegnò a verificare le asserzioni di Allende e il 20 aprile 1959 fu trovato agonizzante. Era stramazzato accanto alla ruota del suo furgoncino parcheggiato al Dade County Park, non lontano dalla sua casa di Coral Gabes. Pare sia morto pochi istanti dopo, mentre veniva portato all’ospedale, o appena giuntovi. Era stato avvelenato con il monossido di carbonio: una canna di gomma era stata applicata al tubo di scarico dell’automezzo per farla passare nell’abitacolo attraverso il finestrino. Informazioni scottanti sono state riportate da William L. Moore e Charles Berlitz nel loro libro Esperimento Filadelfia, e chiunque può andare a leggerle. Degna di nota è la testimonianza di Ivan T. Sanderson, il famoso naturalista che era anche un amico intimo di Jessup:

 Nel 1958 avvenne tutta una serie di eventi assolutamente misteriosi. Cominciarono a capitare le cose più impensabili, che potrebbero fornire il materiale per un grosso libro. Tutto iniziò con un’orrenda tragedia.

Un giorno Morris Jessup era ospite a casa mia, a New York. C’era più o meno una dozzina di persone presenti, prima, durante e dopo pranzo. A un certo punto Morris chiese a tre di noi se potevamo andare a fare due chiacchiere nel mio studio. Ci andammo. Allora ci diede in mano la copia originale [una copia del suo libro corredata da annotazioni di Allende e posseduta dall’Ufficio Ricerche Navali, NDR] e ci raccomandò di leggerla con molta attenzione guardandoci in maniera circospetta.
"Nel caso che mi debba capitare qualcosa, aggiunse. Un atteggiamento del genere ci sembrava eccessivamente drammatico ma, dopo aver letto questo materiale, bisogna ammettere che cominciammo ad avere tutti quanti il presentimento di una qualche tremenda disgrazia incombente.
Morris era un padre di famiglia esemplare e aveva molto a cuore il futuro benessere dei suoi nipotini. Tuttavia, durante questo nostro ultimo incontro, era estremamente turbato e ammetteva che, tutto preso dal suo interesse puramente intellettuale per i fenomeni naturali, era completamente assorbito in un mondo irreale di pura follia. Parlò anche del suo terrore per l’infinita serie di coincidenze” che gli erano capitate nel lavoro e nella vita privata; per di più, temeva di venire accusato di essere del tutto pazzo, se si fosse messo a descrivere tutte le sue disgrazie.

Quel che ci disse in pratica è sostanzialmente: “Non sto diventando matto, eppure sono certo che stanno effettivamente succedendo delle cose completamente assurde e non sono frutto della mia fantasia malata. Se leggete questo libro, capirete perché sono giunto a questa conclusione. Ora, posto che abbia ragione, ho la sensazione che fra non molto debba succedere qualcosa di tremendo; e, se capita qualcosa e nessuno ha letto questo materiale, diranno subito che ero evidentemente un pazzo. Si sa come una voce del genere si diffonda rapidamente tra la gente ignorante. Così si arriverà alla conclusione che nella mia famiglia alligna il tarlo della follia”.

Una situazione davvero molto tragica da affrontare, anche per le sue conseguenze. Subito promettemmo solennemente a Morris che avremmo fatto con scrupolo quanto ci aveva chiesto. Lui aggiunse che il materiale poteva essere pubblicato soltanto a condizione che certe persone che aveva citato dessero la loro approvazione[4].

Ad ogni modo la tecnologia di Filadelfia non morì nel 1943, ma addirittura attraversò i confini nazionali per approdare in Italia. Nell’inverno 1976 il governo italiano incaricò il prof. Clementel di verificare l’efficacia di una misteriosa macchina in grado di trasformare qualsiasi materiale in energia pura secondo la nota formula E = mc2.

Ezio Clementel, trentino originario di Fai, a quel tempo era presidente del CNEN (Comitato Nazionale per l’Energia Nucleare) e titolare della cattedra di Fisica Nucleare alla facoltà di Scienze dell’Università di Perugia. A 55 anni era uno dei più noti scienziati del panorama internazionale, e in caso di successo avrebbe inaugurato una nuova stagione energetica per il mondo intero. Tanto per fare un esempio, questa tecnologia avrebbe permesso la costruzione di potentissimi motori a razzo che avrebbero rivoluzionato la conquista dello spazio.

Per un certo periodo ho avuto a disposizione la lettera originale spedita da Clementel il 26 novembre 1976, riportante la descrizione della macchina e una relazione sulle prove da eseguirsi. Il destinatario era l’avvocato Loris Fortuna, Presidente della Commissione Industria presso la Camera dei Deputati, in piazza del Parlamento 4, a Roma. Il socialista Fortuna era il deputato incaricato dal Presidente del Consiglio per seguire il lavoro di Clementel.

La relazione è composta da cinque facciate. Nella seconda, quella che segue la lettera di accompagnamento, c’è l’elenco delle quattro prove richieste dal protocollo, con i relativi dettagli. La prima prova consisteva nel porre una lastra di plexiglass a 20 metri dall’uscita del fascio, collocare una lastra di acciaio inox a mezzo metro dietro la lastra di plexiglass e chiedere di perforare la lastra d’acciaio senza danneggiare quella di plexiglass. La seconda prova consisteva nel ripetere il primo esperimento, chiedendo però di perforare la lastra di plexiglass senza alterare la lastra d’acciaio. Il terzo esame era ancora più difficile: bisognava porre una serie di lastre d’acciaio a 10, 20 e 40 metri dall’uscita del fascio, chiedendo di bucare le lastre a partire dall’ultima, cioè da quella posta a 40 metri. Nella quarta e ultima prova si doveva sistemare una pesante lastra di alluminio a 50 metri dall’uscita del fascio, chiedendo che venisse tagliata parallelamente al lato maggiore.

Le prove furono eseguite alla fine del ’76 nei laboratori del CNEN di Frascati, e tutte e quattro riportarono esito positivo: nella sua relazione, il professor Clementel affermò che il “raggio della morte” poteva annichilire a distanza “forma e quantità predeterminate di qualsiasi materia”. Clementel insistette ostinatamente con il governo affinché l’invenzione venisse resa nota, al punto che i ministri implicati temettero una fuga di notizie. I gentiluomini si accordarono per mettere Clementel fuori gioco: durante una sessione d’esame, all’università di Perugia, emerse la firma di Clementel sebbene il professore non fosse presente in loco perché impegnato in una trasferta di lavoro. Questo determinò una serie di irregolarità amministrative che portarono Clementel a subire l’arresto e soprattutto l’allontanamento da tutte le posizioni prestigiose che si era guadagnato nel corso degli anni.


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All’esperimento aveva assistito anche il professor Piero Pasolini, illustre fisico e amico di un’altra celebrità scientifica qual è il professor Antonino Zichichi. In una sua relazione, Pasolini parlò di “campi magnetici, gravitazionali ed elettrici interagenti che sviluppano atomi di antimateria proiettati e focalizzati in zone di spazio ben determinate anche al di là di schermi di materiali vari, che essendo fuori fuoco si manifestano perfettamente trasparenti e del tutto indenni”.
Il congegno poteva fare molto di piú:

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Questo fenomeno veniva connesso a una grandezza fisica chiamata sintropia (un’entropia di segno negativo) di cui si trova la definizione nei lavori del fisico italiano Luigi Fantappié (1901-1956). La “sintropia” identifica il comportamento di alcuni sistemi (per lo più biologici) che in ben ristrette condizioni tenderebbero a muoversi spontaneamente verso l’ordine, violando il 2° principio della termodinamica e obbedendo invece ai principi opposti di finalità e differenziazione.

Sembra che il primo progetto della macchina fosse stato realizzato dal fisico italiano Ettore Majorana, durante il suo ritiro ventennale all’abbazia di Serra San Bruno, in Calabria (1938-1958). É qui che lo incontrò Pelizza nel ’58, quando entrò nelle sue grazie e fu istruito sulla macchina. La presenza di Majorana a Serra San Bruno è stata rinnegata da varie parti, con l’intento soprattutto di negare ogni coinvolgimento nella vicenda della macchina. Venne zittito persino il papa. Mi riferisco alla visita di Giovanni Paolo II al monastero di San Bruno, nel 1984, quando si rivolse ai prelati all’incirca con queste parole: “Mi sento onorato ad essere qui, perché voi avete ospitato per anni il grande fisico Ettore Majorana”. Intervenne l’abate con un deciso “Ma vostra santità, cosa dite? Sono solo leggende popolari, di Majorana non sappiamo niente più di quanto i giornali abbiano scritto. Non è mai stato qui da noi.”

Fatto sta che Pelizza venne in seguito imputato per “aver costruito un apparecchio bellico senza autorizzazione”. E lo scenario diventa ancora più inquietante se consideriamo che Pelizza fu più tardi raggiunto e “derubato” dell'apparecchio dai Servizi Segreti Vaticani.

Che non si tratti di invenzioni potrebbe garantirlo lo stesso CICAP, in quanto Pelizza incaricò proprio un socio del CICAP (Carlo Tralamazza) di realizzare il programma informatico per la gestione dell'apparecchio. Tralamazza compilò il programma per il quale ottenne regolare compenso, e ciononostante non ebbe mai il permesso di visionare l'apparecchio. Il CICAP mise comunque alla prova Pelizza

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A tal proposito mi viene in mente lo strano caso della Val di Susa, zona tristemente famosa per quella fabbrica di mazzette che chiamano TAV. Tra i boschi del monte Musiné si aggirano due eremite di giovane aspetto. Le conosce la gente del posto, i giovani e gli anziani, e le conoscevano i loro nonni, quelli che da decenni riposano sotto terra. Queste “giovani” donne sarebbero madre e figlia e avrebbero oltre 300 anni. Non sono mai cambiate, “hanno sempre lo stesso aspetto” dicono. Capita che scendano a valle, che si mescolino tra la folla e che frequentino le case di amici. Perché sì, esistono uomini di fiducia, membri di alcune tra le tante confraternite di oblati del Vaticano presenti in zona. Per incontrare le donne nel loro rifugio è con questi che si deve parlare. Se si conquista la loro fiducia, sono loro ad accompagnarti. Ti fanno salire su dei fuoristrada dai vetri oscurati, bendato, così che sia impossibile tornarci da solo, e lo stesso trattamento ti aspetta al ritorno. Forse è tutta scena, forse è solo un elaborato piano per attrarre turisti, un piano concordato con due giovani attrici e con tutti gli abitanti della zona. Ma ne vale la pena?  Non si paga per incontrarle, né in moneta né in natura. Torniamo però al caso del raggio.

Negli anni '70 la vicenda fu esplorata dal giudice Carlo Palermo che dedicò centinaia di pagine al misterioso congegno, affermando che fu alla base di un intricato traffico d’armi. Abbiamo già detto che in quegli anni esisteva in Italia una strana commistione di Servizi Segreti, mafia e massoneria, con la loggia P2 in prima fila. La storia coinvolse un ex colonnello del Sifar e del Sid, Massimo Pugliese, ma anche esponenti del governo americano (allora presieduto da Gerald Ford), i parlamentari Flaminio Piccoli (Dc) e Loris Fortuna (Psi), nonché una misteriosa società con sede nel Liechtenstein, la Traspraesa. Le indagini durarono dal 1973 al 1979, quando improvvisamente calò una cortina di silenzio su tutto quanto.

Il fantomatico congegno si ispirò in parte ai due articoli di Einstein sul Campo Unificato, con particolare riferimento a quello uscito nel '28. Majorana estese la fisica di Einstein ad uno spazio di 3 dimensioni spaziali e 2 temporali, incorporando alcuni concetti dai succitati lavori di Fantappié. Un qualche ruolo lo ebbe infine Burkhard Heim (1925 - 2001), un fisico tedesco che durante la seconda guerra mondiale fu reclutato dai nazisti. Dopo oltre 50 anni di dimenticatoio, le ipotesi di Heim sono oggi al centro di un acceso dibattito nel mondo accademico, questo perchè la NASA ha annunciato nel 2005 di voler intraprendere una serie di esperimenti per vericarne la fondatezza. Grande enfasi viene posta sull’uso di piastre in oro e platino a stretto contatto con un campo magnetico rotante, in processi che richiedono permittività elettrica negativa e plasmoni di superficie radianti (il ché richiede a sua volta superfici scanalate a periodo fisso). Alcuni ricercatori sostengono che Majorana avesse lavorato anch’egli per i nazisti prima di ritirarsi a San Bruno, per cui non possiamo escludere un contatto diretto tra Heim e il fisico italiano.

Le idee chiave appaiono nelle note a margine di un’edizione speciale di The Case for the UFO, un libro che pur trattando di UFO suscitò tutt’altro che disprezzo negli ambienti militari. Per farla breve: tra la fine di luglio e l’inizio di agosto ’55, una busta marrone fu recapitata all’Ammiraglio N. Furth, Direttore dell’Ufficio Ricerche Navali a Washington D.C.. Conteneva una copia in brossura del libro di Jessup costellata di note e sottolineature in tre differenti colori. Il comandante George W. Hoover (coinvolto nel progetto Vanguard per lo sviluppo del primo satellite artificiale) si prese la briga di far riprodurre il libro con tutte le note a margine in “un’edizione limitata da distribuirsi solo tra pochissime persone particolarmente interessate”.


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Il libro fu riprodotto a due colori (nero per il testo e rosso per le annotazioni e le sottolineature) utilizzando la stampa a ciclostile, lenta e di bassa qualità, ma l’unica disponibile in quegli anni per ottenere copie a più colori. Due colori implicavano due passate di stampa e il raddoppiamento del tempo di produzione. Il lungo e faticoso compito fu assunto dalla Varo Manufacturing Company di Garland, nel Texas, una ditta fidata, specializzata in materiale segreto su ricerche militari. Il ciclostile apparteneva a una sezione della ditta conosciuta con il nome di “Assistenza Militare”. Hoover era in stretti rapporti con la Varo e in seguito ci andò a lavorare. Stessa sorte toccò al capitano Sidney Sherby, collega di Hoover tanto all’Ufficio Navale che nel progetto Vanguard.

Ai tempi del Progetto Philadelphia ero lungi dall’essere nato, ma il congegno di Pelizza l’ho visto funzionare con i miei occhi, anche se attraverso il video, e volete sapere qual’è la cosa più strana? L’ingrediente segreto è il mercurio (Hg), mosso ad apposite frequenze e contenuto in apposite forme. Nel Vaimanika Shastra, un testo indiano che descrive i mezzi di trasporto delle divinità induiste, si insiste morbosamente sull’uso del mercurio quale elemento essenziale per togliere peso alle navi. L’interpretazione accademica vuole che queste navi, i Vimana, non siano altro che immagini poetiche per descrivere nuvole o fenomeni atmosferici... ma non potrebbero essere più in errore.

Il Vaimanika Shastra non ha nulla a che vedere con gli déi e la mitologia dell’India. Il testo è semplicemente una descrizione dettagliata dei Vimana a carattere non narrativo, senza alcun riferimento a battaglie fra uomini e déi. Lo si potrebbe definire una sorta di trattato scientifico o di manuale tecnico, come suggerisce il titolo stesso che potrebbe tradursi in “La Scienza Areonautica”. Il testo nella forma attuale è stato messo per iscritto tra il 1918 e il 1923 dal Pandit Subbaraja Sastri, ma la compilazione originale risale al XIII secolo a.C. per opera del guru Maharishi Bharadwaja. Il libro si apre con la definizione di Vimana: “Gli Esperti nella scienza aeronautica chiamano Vimana un mezzo che può volare in aria da un luogo ad un altro”. Sono quindi menzionati i 32 segreti sul funzionamento dei Vimana che il loro pilota deve apprendere, suddivisi in 3 categorie a seconda della struttura del veicolo aereo, del suo decollo e atterraggio, nonché della sua manovrabilità. Secondo il Samarangana Sutradhara, un trattato di architettura e meccanica scritto nell’anno 1000 dal re del Dhar, Paramara Bhoja,

Forte e durevole deve essere realizzato in sede di costruzione lo scafo [del Vimana], fatto come un grande uccello volante utilizzando materiali leggeri. Al suo interno deve essere posto un motore a mercurio con il suo apparato in ferro per il riscaldamento di quest’ultimo posto inferiormente. Mediante il potere latente nel mercurio rosso che ne avvia il turbine propulsivo, un uomo seduto all’interno del Vimana può viaggiare nel cielo per grandi distanze in modo meraviglioso. Analogamente, usando i processi suddetti, può essere realizzato un Vimana enorme quanto è il tempio di Dio-Motore-dell’Universo. Nella sua struttura interna vanno costruiti quattro robusti contenitori per il mercurio rosso. Una volta riscaldati mediante dei fuochi controllati, accesi in contenitori di ferro, il Vimana sviluppa la potenza del fulmine mediante il mercurio rosso. E di colpo ascende diventando come una perla che splende nel cielo. Se questo motore in ferro, munito di giunzioni propriamente connesse, viene riempito di mercurio rosso, e il fuoco per riscaldarlo è diretto verso la parte superiore, esso sviluppa un’energia propulsiva col ruggito del Leone.

Cosa si intenda con l'aggettivo "rosso" riferito al mercurio non è affatto chiaro. Tale sostanza ufficialmente non esiste, sebbene sia presente nei resoconti di esperimenti del gruppo Ahnenerbe intercorsi durante il Terzo Reich, quali il famoso Die Glock. In base agli indizi raccolti da Joseph P. Farrell nei suoi SS Brotherhood of the Bell e Secrets of the Unified Fields, il mercurio rosso (chiamato anche Xerum 525) sarebbe un composto di mercurio, torio e antimonio, arricchito mediante bombardamento neutronico in un reattore nucleare. Il materiale ottenuto assumerebbe l’aspetto di un liquido di colore rosso-porpora, molto più denso e pesante del mercurio comune. Il mercurio rosso avrebbe un tempo di decadimento relativamente breve, passato il quale perderebbe il proprio potenziale e avrebbe bisogno di una nuova immersione nel reattore. La paternità dell’invenzione apparterrebbe ai Russi, passata poi in Germania attraverso le infiltrazioni nel KGB di alcuni agenti del Fremde Heere Ost (i Servizi Segreti nazisti per l’Est europeo) del generale Reinhard Gehlen. La dicitura ‘mercurio rosso' appare ancora nella relazione della Commissione Parlamentare sul traffico di Rifiuti Tossici del 4 marzo 2013[1] (XVI legislatura - Governo Monti -, Doc. XXIII, N. 21). Qui si parla di una motonave chiamata Latvia ancorata a La Spezia e acquisita dal KGB. Secondo il rapporto ufficiale avrebbe trasportato del materiale radioattivo denominato "mercurio rosso" da Policoro (MT) a La Spezia. Il caso era affidato al comandante Natale De Grazia del pool investigativo della Procura di Reggio Calabria. Ma De Grazia morì improvvisamente, probabilmente ucciso, il 12 dicembre 1995.


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Il materiale veniva dal centro di trattamento dei rifiuti nucleari, Impianto ITREC, di Rotondella, sempre in provincia di Matera. Come potete leggere da Wikipedia, l’impianto è stato costruito nel periodo 1965-1970 dal CNEN, Comitato Nazionale per l'Energia Nucleare, non molto prima degli anni di Clementel.



Facendo 2+2, è chiaro che la vicenda Latvia-De Grazia sia legata proprio agli esperimenti sul "Raggio della Morte".



Gli esperimenti segreti rimarranno segreti a lungo, a quanto pare. Voglio riportarvi il breve estratto di un racconto di fantasia che fornisce un'idea verosimile di come avvenga la gestione occulta della tecnologia:

Se avessi avuto qualche dubbio, sarebbe bastato un poco gradito incontro a farlo sciogliere. Il 4 maggio ero appena uscito dal mio laboratorio a Losanna e percorrevo a piedi Avenue de Provence per prendere la Metro alla fermata Malley. Pioveva a dirotto e non avevo l’ombrello; per fortuna da un po’ di tempo m’era venuta la mania di portare un cappello di feltro a tesa larga, così che almeno tenevo asciutto lo scalpo. Mi trovai a camminare tra due uomini in vestito elegante e valigetta 24 ore, apparentemente due impiegati bancari particolarmente annaffiati di steroidi. Non seppi resistere al loro caldo invito di seguirli in un bar fortuitamente attrezzato di stanzetta riunioni in cui chiacchierare indisturbati.
Mi passarono un plico di fogli graffettati contenenti le specifiche dell’apparecchio a cui stavo lavorando. C’erano i disegni dei particolari e un esploso del complessivo. Per ogni pezzo era specificata la qualità di lavorazione, il materiale e gli eventuali trattamenti termici. Le ultime pagine contenevano i valori ottimali dei campi elettromagnetici e i giri dei motori: numeretti essenziali che in due anni di lavoro ero ancora lontano dal calcolare. “E quindi?” domandai con sufficienza. “A Pelizza è stato proibito di continuare gli esperimenti. Per quale motivo pensi che a te sarà permesso?” “Perchè io sono speciale!” E feci per andarmene quando uno di loro mi afferrò un polso. “Per favore, ascolta un’ultima cosa. Dopodiché potrai tornare a casa”. Mi sedetti di nuovo.
Dissero che loro non avevano alcun potere ma che parlavano per altri. Dissero che il reale progresso tecnologico si sviluppava in laboratori non-ufficiali, com’era l’AREA 51 prima che i Russi la fotografassero da satellite. Il resto del mondo era libero di continuare le sue ricerche “primitive” purché non scavalcasse un confine concordato con le nazioni. “Concordato da chi?” A questo non risposero. Fatto sta che il mio progetto era oltre quella linea e in un modo o nell’altro sarebbe stato bloccato. Cercai di nuovo di alzarmi e questa volta mi lasciarono andare. Fui io a parlare, una volta di spalle in direzione della porta: “Troverò questa gente!” affermai stringendo i pugni con rabbia. Uno di loro mi redarguì con tono lento e sprezzante: “É più facile trovare un ago in un pagliaio”. Non gli feci caso, ma quando ero ormai scomparso alla loro vista, ben oltre la soglia, quell’altro gli fece eco, alzando la voce ben al di sopra del livello di guardia: “Gli aghi sono tre”. Mi fermai e sentii distintamente un vivace battibecco tra i due. Tre aghi?  Era forse un indizio?

Col tempo sono venuto a sapere di tecnologie oltre-linea impiegate per scopi militari. Qualcuno era riuscito ad eludere il controllo?  Oppure si trattava di concessioni speciali?  Facciamo un esempio. Per anni ci hanno detto che la fusione nucleare è impossibile[6], questo perchè si tratta di un processo pulito, senza scorie, economico e alla portata di tutti. L’uso della fusione sarebbe un vero colpo al cuore, sia per le compagnie petrolifere, sia per la aziende costruttrici di centrali a fissione. In verità esistono tecniche semplici e sicure per produrre la fusione nucleare, persino con attrezzature casalinghe. L’energia ricavata a costo zero potrebbe essere utilizzata per riscaldare gli edifici, potrebbe essere convertità banalmente in elettricità e potrebbe azionare auto, scooter, perfino camion e aerei.

Ovviamente esistono anche tecniche “sporche” e fuori controllo, comode se quel che si cerca è un’esplosione altamente nociva.

I soldati italiani sono tornati dal Kosovo intossicati dall’uranio impoverito, perdendo gambe, parola e dignità. Il governo ha porto loro una medaglia e poi si è voltato dall’altra parte. La storia vera è ancora peggiore. L’uranio impoverito possiede un’alta capacità di assorbimento dell’idrogeno. Un trattamento molto semplice permette di assorbire molecole d’idrogeno sulla superficie di un proiettile d’uranio. Lanciato con sufficiente potenza contro un bersaglio di metallo, il proiettile può innescare una piccola fissione dell’uranio che a sua volta può innescare la fusione dell’idrogeno. Ciò che ne segue è un’esplosione tremenda che disintegra l’uranio e lo trasforma in una pioggia di scorie altamente radioattive. Gli uomini all’interno dei carroarmati sono stati trovati spiaccicati sulle pareti, niente più di brandelli di carne e tessuti. Non è stato l’uranio in sé ad avvelenare i militari, quanto piuttosto i prodotti di reazione che violavano appieno la Convenzione di Ginevra.

[1] Tesla aveva già lavorato per Roosevelt nel 1917, quando questi era ministro della marina. Il sistema di antenne Rogers” costruito da Tesla aveva reso possibile la trasmissione vocale tra Stati Uniti ed Europa durante la prima guerra mondiale, il tutto senza fili, senza energia statica e senza rumore.
[2] Fisico statunitense laureato alla Demison University di Granville, nell’Ohio. Qui collaborò negli anni ’20 con il prof. Paul Alfred Biefeld, identificando un nuovo principio fisico che prese il nome di effetto Bifield-Brown. Il fenomeno riguarda la tendenza di un condensatore elettrico, caricato a tensione molto elevata, a muoversi in direzione del polo positivo. In una dimostrazione pubblica, Brown usò quest’effetto per sollevare una serie di dischi di novanta centimetri e farli volare su una traiettoria circolare di 15 metri di diametro. Nei laboratori della francese Société Nationale de Construction Aéronautique Sud-Ouest, Brown raggiunse velocità di diverse centinaia di chilometri all’ora, impiegando tensioni comprese tra i 100.000 e i 200.000 volts. Il rendimento risultò maggiore nel vuoto spinto, smentendo coloro che interpretavano la levitazione dei dischi come il risultato della ionizzazione dell’aria e dei conseguenti urti tra le sue molecole. Negli anni ’50 Brown dimostrò di fronte al pubblico (alla presenza di osservatori militari) di poter usare il suo effetto per ridurre il peso di qualunque oggetto del 30%. Sempre negli anni ’50, l’effetto Biefeld-Brown fu esaminato all’interno del programma statunitense per la propulsione a gravitá controllata, precisamente dalla Gravity Research Foundation, l’Aerospace Research Laboratories (ARL) e il Research Institute for Advanced Study (RIAS).
[3] Atti della conferenza tenuta da Alfred Bielek il 13 gennaio 1990 presso la sede del Mufon a Quincy, Illinois.
[4] Ivan T. Sanderson, in Pursuit, rivista della Society for the Investigation of the Unexplained, numero 4, settembre 1968.
[5] COMMISSIONE PARLAMENTARE DI INCHIESTA SULLE ATTIVITÀ ILLECITE CONNESSE AL CICLO DEI RIFIUTI  (istituita con legge 6 febbraio 2009, n. 6) composta dai deputati: Pecorella, Presidente; Bratti, Castiello, Cenni, Ghiglia, Grassano, Graziano, Libè, Proietti Cosimi, Russo e Togni; e dai senatori: Bianchi, Coronella, D'Ambrosio, De Angelis, Vice Presidente, De Luca, Vice Presidente, De Toni, Segretario, Divina, Izzo, Mazzuconi, Negri, Piccioni e Piscitelli // RELAZIONE SUL FENOMENO DELLE «NAVI A PERDERE» (Relatori: On. Gaetano PECORELLA e On. Alessandro BRATTI) Approvata dalla Commissione nella seduta del 28 febbraio 2013 // Comunicata alle Presidenze il 4 marzo 2013 ai sensi dell'articolo 1, comma 2, della legge 6 febbraio 2009, n. 6; http://www.camera.it/_dati/leg16/lavori/documentiparlamentari/indiceetesti/023/021/d000r.htm (per avere accesso allo scorrimento della pagina si deve cliccare su un link qualsiasi tra quelli azzurri sulla sinistra).
[6] Il processo consiste nell’unione di due nuclei leggeri per formare un nucleo pesante, per esempio due nuclei di idrogeno che si uniscono per formare un nucleo di elio. É ben diverso dalla fissione, nella quale un nucleo pesante viene spaccato in due o più nuclei leggeri, generando al contempo un alto numero di scorie radioattive. É quanto avviene nelle moderne centrali elettriche ad uranio o plutonio.


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